martedì 11 settembre 2018

Il decreto dignità nella giusta direzione

di Osservatorio politico M5S

Il decreto dignità, primo provvedimento economico del governo Conte, va nella giusta direzione di una maggiore attenzione e tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.


Negli ultimi anni Forza Italia e il Partito democratico, in perfetta continuità, hanno lavorato per ridurre sempre più i diritti dei lavoratori e trasformare l’Italia nel paese del precariato e delle liberalizzazioni selvagge.

Possiamo ricordare, come provvedimento emblematico, la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori voluta da Matteo Renzi, una cancellazione che non solo ha ridotto oggettivamente i diritti dei lavoratori (in particolare di quelli assunti dal 2015 in poi), ma ha anche e soprattutto avuto un valore simbolico: ha espresso lo schierarsi del governo dalla parte del capitale e ha inviato alle imprese il chiaro messaggio che sui lavoratori potevano avere “mano libera”. 

Il decreto dignità segna una netta inversione di tendenza con gli orientamenti che erano stati propri di Forza Italia e del Partito democratico e mette al centro due importanti battaglie:

1) la lotta al precariato – il decreto dignità, al contrario del Jobs Act, favorisce il lavoro stabile rispetto al lavoro a termine. Negli ultimi anni il lavoro precario è diventato la regola (si pensi che nel 2017 l’84 percento dei nuovi contratti è stato a termine) e migliaia di persone, private di qualsiasi stabilità economica, sono state costrette a rinunciare a realizzare i propri progetti. Al datore di lavoro è convenuto rinnovare continuamente contratti a termine, non solo per ragioni economiche, ma anche perché un lavoratore precario è più facilmente ricattabile e finirà per accettare più facilmente una compressione dei propri diritti di lavoratore con la speranza di vedersi rinnovato il contratto a termine. Con il decreto dignità si cerca di incentivare i contratti a tempo indeterminato con vari strumenti: rendendoli più convenienti per l’impresa da un punto di vista economico; riducendo la possibilità di rinnovarli; imponendo che la maggior parte dei contratti di un’impresa debba essere a tempo indeterminato (da notare che fino a oggi non esistevano limiti all’utilizzo del lavoro interinale, ma solo dei limiti all’utilizzo dei contratti a termine, con il risultato che un’azienda poteva avere il 100 percento dei lavoratori precari, tra contratti a termine e contratti in somministrazione). E alla lunga anche alle imprese e al sistema economico nel suo complesso conviene che una gran parte dei lavoratori abbia contratti a tempo indeterminato: le persone con un lavoro stabile hanno una maggiore propensione al consumo e ciò favorisce oggettivamente l’economia.

2) La lotta alle delocalizzazioni – il decreto dignità mira a contrastare il fenomeno delle grandi imprese che, dopo aver ottenuto finanziamenti pubblici per la loro attività, chiudono in Italia e trasferiscono tutto all’estero. Le imprese che lo faranno, saranno ora costrette a restituire tutti i finanziamenti pubblici ottenuti, con gli interessi se si trasferiscono in un paese dell’Unione Europea, con una sanzione (fino a quattro volte il finanziamento ricevuto) se si trasferiscono in un paese non membro dell’Unione Europea.

Meritano poi di essere menzionati, all’interno del decreto dignità, lo stop dei licenziamenti selvaggi, con l'aumento del 50 percento di indennizzo per i licenziamenti ingiusti sino a 36 mensilità e il contrasto al gioco d’azzardo, con il divieto di pubblicità e di sponsorizzazione per il gioco d’azzardo.

In estrema sintesi, i punti essenziali del decreto dignità sono i seguenti:

- tetto del 30 percento di contratti a termine rispetto a quelli a tempo indeterminato nella stessa azienda;
- trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato, in assenza di causali, nel caso in cui il contratto a termine superi i 12 mesi;
- esonero della disciplina dello stop&go, tra un contratto a termine e un altro per il lavoro in somministrazione;
- aumento delle indennità per i licenziamenti illegittimi nell'offerta conciliativa;
- bonus del 50 percento dei contributi per le assunzioni stabili di under 35 fino al 2020;
- assunzioni delle regioni per il rafforzamento degli organici dei Centri per l'impiego;
- sanzioni alle aziende che delocalizzano prima di 5 anni dopo aver ricevuto contributi pubblici;
- voucher fino ad un massimo di 10 giorni in agricoltura e per gli alberghi che hanno fino a 8 dipendenti per pagare le prestazioni rese da pensionati, studenti under 25, disoccupati e percettori del reddito di inclusione o di altre forme di sostegno al reddito;
- stop ad aggravi contributivi per i rinnovi dei contratti di colf e badanti;
- misure transitorie per il comparto della scuola.

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